Macao mi interessa, ma c’è qualcosa che non capisco

Nel 2008 il Comune di Milano ha messo a bando otto aree per promuovere interventi di edilizia convenzionata e sociale. Da questa occasione nasce Zoia: un progetto di due cooperative di abitanti che nel 2014 darà casa a 90 famiglie, che vi abiteranno in affitto a canone convenzionato, sociale e in proprietà a basso costo. Il bando imponeva che il 5% della superficie totale dell’intervento fosse destinata a un servizio sociale rivolto agli abitanti e al quartiere. Quella superficie, pari a 300 mq l’abbiamo chiamata Zoia officine creative (ZOC): pensando a un posto dove chi facesse un mestiere ‘creativo’ potesse confrontarsi con le esigenze e potenzialità di un territorio e di un mercato.

Sono passati quattro anni dalla genesi del progetto, il cantiere è avviato e se tutto continuerà come deve, sarà pronto tra due. Da un anno, abbiamo iniziato a lavorare sodo per costruire ZOC. Abbiamo iniziato dal quartiere intorno all’area, relazionandoci con tutti i protagonisti del territorio. Stiamo incontrando abitanti, associazioni, commercianti e varie realtà al fine di costruire un bando “partecipato” per l’assegnazione dei 300 mq che uscirà dopo l’estate. La rete di persone che stiamo incontrando ci permette di avere una serie d’informazioni, e di capire criticità e potenzialità che nel bando dovranno emergere per guidare i partecipanti. Stiamo lavorando affinché quando ci saranno le Officine producano relazioni e servizi per i nostri soci, che lì abiteranno, e per la città a loro prossima. Il progetto è ambizioso e non c’è nessuna risposta certa e per questo abbiamo iniziato a prepararlo per tempo, ragionando in corsa sulla costruzione di quello che vorrebbe essere un distretto di nuovi mestieri e rispondendo, in definitiva, ai valori di mutualità e sussidiarietà che, senza farne degli slogan, sono alla base del lavoro delle cooperative, che dura da decenni. Perché tutto questo sia vero, naturalmente, i servizi che alle Officine si produrranno, dovranno anche essere in grado di sostenersi economicamente, cioè di stare nel mercato. Perché la parola ‘creativo’ diventa provocazione vuota se non accetta di avere vincoli contrattuali da rispettare.

Quello che è successo a Macao è stata un’occasione importante di riflessione per noi, committenti che decidono di dedicare uno spazio ai giovani creativi, sfidando logiche radicate e tutti i rischi dell’incognito. Peraltro, per definizione, chi si riconosce in Macao ci interroga: e alcune delle loro domande sono quelle alle quali noi, con ZOC, vorremmo provare a rispondere. Diversi aspetti di Macao, tuttavia, non sono chiari e mi piacerebbe porre liberamente alcune questioni ai lavoratori dell’arte per attivare un confronto e facilitare a noi, ma non solo, la comprensione di un movimento frutto di una pulsione vera e che tanto riesce a far parlare di sé. Con tutti i rischi del caso.

La prima considerazione è che Milano, più che avere bisogno di spazi nei quali promuovere l’arte, ha bisogno di una nuova forma di produzione del sistema culturale. Una vera e propria formazione diffusa che raggiunga la città in modo trasversale. Che copra le curiosità della signora telenovelas addicted per passare a quella del manager di azienda, fino ad arrivare al filippino che la domenica pomeriggio riattiva i parchi della città. Un sistema che coinvolga davvero Milano, una città che lungo i decenni del passato ha macinato produzioni culturali di altissimo livello.

Per questo – senza neppure soffermarci sull’illegalità del gesto – non capisco a fondo l’occupazione di un luogo. Non la capisco, se prescinde dall’ambizione di creare un consenso intorno a sé. Mi chiedo se non poteva essere più utile provocare la città – o prepararla – con dibattiti diffusi e con rappresentazioni teatrali ben programmate e strutturate nei luoghi pubblici: spazi verdi, piazze, atri, gallerie. Suggerendo utilizzi interessanti per luoghi già esistenti come la Triennale o molti dei teatri che faticano ad andare avanti, e raccontando in modo semplice a chi non lo sa, perché l’arte può essere un mestiere, perché l’arte può essere comprata anche in tempo di crisi e non solo dai grandi committenti. L’occupazione di uno spazio e la relativa attività di auto-costruzione, per esempio, possono essere forme interessanti di “produzione dal basso”, ma non sono processi così semplici. Ri-costruire e mettere in sicurezza degli spazi è un lavoro che richiede tempo, regole, competenze, lavoro in sinergia e denaro amministrato in modo corretto. In questo senso, forse, sarebbe stato più interessante invece produrre delle proposte di competenze da ‘vendere’ a chi costruisce la città. Magari non è possibile interloquire con tutti, certo, ma l’arte può essere un servizio vero e partecipativo alla città, non solo un’espressione libera di competenze e capacità.

Infine, proprio mentre Macao occupava cronache ed edifici in centro, c’era la festa di via Padova: appuntamenti culturali, artistici, musicali, a cercare di ravvivare uno dei quartieri più popolari di Milano. Macao non c’era. In un’occasione in cui sarebbe stato bello vedere come un movimento sa mettere in pratica quello che urla, sa essere solidale con forme di espressioni già esistenti.

Forse, a essere generosi e attenti a quel che in città già c’è, si creano sinergie che escono dalle categorie entro le quali si è abituati a ragionare, senza bisogno di descriversi come ‘vittime’ di poteri immaginari, per cavalcare ribellioni che finiscono con l’assomigliare al cliché del passato. L’essenza della creatività e dell’arte in fondo è proprio quella di definirsi a partire da una visione altra delle cose e della realtà. In questo momento storico serve una concretezza maggiore e, più che mai, la coscienza che ci vogliono tempo, regole e costanza per fare bene le cose. Ma c’è bisogno di valorizzare e mettere in rete quello che già esiste e avere il coraggio di fare autocritica per innovarsi. Generando così nuove forme di rivoluzione, piuttosto che ricalcare quelle vecchie.

Articolo scritto per Domus  in occasione dell’occupazione della torre Galfa a Milano.

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