Il Leoncavallo racconta il passato di Milano ma può ispirare anche il suo futuro

La fila all’ingresso per pagare il biglietto sempre popolare. Un timbro sul polso verso l’enorme stanzone, il bar. Chiacchiere e bottiglie. Il grande palco. L’acustica era pessima, ma al Leoncavallo ci vedevi suonare: Fugazi, Sick of It All, persino i Public Enemy. Perché quello era più di un posto: era un rito di passaggio. Per chi non era di Milano, un mito. Uscivi che era notte con la sensazione precisa di aver attraversato un pezzo di città che non somigliava a nient’altro. Il mio incontro con il Leoncavallo è avvenuto tra la fine degli anni 90 e l’inizio degli anni 2000. Quando Milano era una città completamente diversa.

Ha origini lontane il Leoncavallo, a raccontarle è Primo Moroni in un’intervista che è molto utile rileggere oggi, a qualche giorno dallo sgombero del centro sociale più grande d’Italia. Libraio e attivista politico sociale, fondatore della libreria Calusca – che dal 1972 ancora oggi gli sopravvive, tra le mura del Cox 18  – ha saputo costruire attorno al suo spazio una rara riflessione trasversale su lotte sociali e riferimenti storici di quel grande arcipelago composto da movimenti, gruppi anarchici e comunisti di sinistra, operaisti, autonomi, situazionisti. Dal femminismo radicale ai movimenti di liberazione sessuale.

Vecchia storia

Moroni racconta come tra il 1968 e il 1972 si fosse aperta anche in Italia la stagione delle contestazioni studentesche. Dopo la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 nasce a Milano un’inedita alleanza tra movimenti e forze democratiche, animata dal Bollettino di Controinformazione Democratica, che coinvolgeva magistrati, giornalisti e intellettuali per fare luce sulle trame oscure dello Stato. Nel 1972 la morte di Giangiacomo Feltrinelli a segnare l’inizio di una serie di fratture e la nascita delle sigle della sinistra extraparlamentare, come Lotta Continua e Potere Operaio.

A seguire, l’occupazione della FIAT nel 1973 e un picco di mobilitazione. È nel 1975 che nasce il Leoncavallo, in un anno di frontiera: mentre nelle fabbriche si inaspriva lo scontro e cresceva una nuova generazione di giovani dei quartieri periferici costruiti tra fine anni ’50 e inizio ’60 – dal Gallaratese a Baggio, dal Gratosoglio a Cologno Monzese e Cinisello Balsamo – , dalle compagnie di scuola e di strada nascevano i primi Circoli Autogestiti del Proletariato Giovanile, luoghi di controcultura e autorappresentazione politica. Il Leoncavallo prende vita così, dall’occupazione di una fabbrica farmaceutica dismessa di 3.600 mq, una delle più grandi di Milano. A partecipare: Comitati di Caseggiato, collettivi antifascisti, Lotta Continua, Avanguardia Operaia e molti altri. L’obiettivo: creare spazi ponte tra organizzazioni politiche e società civile, superando la centralità esclusiva della fabbrica. Nel 1978 l’omicidio di Fausto e Iaio a sconvolgere Milano: ai funerali 100 mila persone. È da quella tragedia che prende vita il gruppo delle Mamme del Leoncavallo. Infine l’omicidio Moro a segnare un altro spartiacque.

Dopo un periodo di frammentazione, nel 1985 il Leoncavallo cambia pelle accogliendo i punk del Virus di via Correggio è così che nasce l’Helter Skelter, raccontato da Marco Philopat nel suo Costretti a sanguinare. Moroni racconta che «per alcuni militanti quelle culture erano espressioni piccolo-borghesi, ma il Centro si trasforma comunque in riferimento di una scena culturale autoprodotta di rilievo internazionale». È intorno al 2005 che molti spazi storici di Milano vengono sgomberati e chiusi: Bulk, Garibaldi, Pergola e anche il Cox 18 – poi riattivato. Questa operazione continuativa, all’inizio di una grande fase di trasformazione urbana di Milano, ha indebolito sia la presenza di quegli spazi che i gruppi di militanza sociale e politica, già psicologicamente massacrati dai fatti del G8 di Genova avvenuti nel 2001.

Erano quelli gli anni in cui Milano, con Albertini sindaco, metteva le basi di quello che sarebbe diventata la città oggi. Tra l’avvio di grandi cantieri, il coinvolgimento delle archistar a progettare nuovi grattacieli, anche sulle macerie di quegli stessi spazi sociali. Trasformazione continuata da Letizia Moratti, sindaca fino al 2011, regista politica di una Expo inaugurata dal suo successore Giuliano Pisapia, tra i tafferugli del Black Bloc nel 2015. Una Expo che ha avviato il Modello Milano, della “città vincente”, governata ancora oggi da Beppe Sala. Una città che – nonostante Covid, conflitti internazionali, inflazione – è stata sempre più costretta a correre a due velocità. Quella di chi deve arrivare a fine mese e quella del profitto.

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