Attori, attrici, registi, produttori, maestranze: per Rivista Studio ho parlato con chi il cinema lo fa per farmi raccontare la realtà e la crisi di questa industria. Tra soldi che non ci sono e attese che non finiscono mai.
Commesse, scaricatrici di bottiglie in enoteca, magazzinieri, insegnanti di teatro, bibliotecarie, camerieri part time in ristorante, baby sitter, assistenti nei set: sono solo alcuni dei lavori che servono per fare le attrici e gli attori. Abitando in condivisione, cambiando casa con frequenza, sparpagliando le proprie cose qua e là, rischiando di doverle mettere in un magazzino – magari in prestito – perché, non potendosi permettere una casa in affitto, ciò che rimane disponibile sul mercato – comunque caro – sono camere da affittare temporaneamente. A Roma.
Martina De Santis è una brava attrice milanese, dai lineamenti dell’Europa orientale, che quattro anni fa si è trasferita nella Capitale per provare a fare seriamente quello che ha sempre sognato: recitare. Diploma di attrice presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi, una formazione teatrale di tutto rispetto con grandi nomi, cofondatrice di una compagnia teatrale, volto noto de Il Terzo Segreto di Satira e alcuni film importanti in curriculum, tra cui 3/19 di Silvio Soldini. Martina non si lamenta mai. Tra un lavoro e l’altro – ora in un ristorante – continua a partecipare ai provini, prepara self tape, attende che spesso, dopo i provini, nessuno le dica come sono andati. E scrive. Continua a scrivere ogni giorno i suoi spettacoli teatrali, l’ultimo si intitola È andata così. Studia, partecipa a residenze, si impegna. In un mondo peraltro molto attento alla forma, all’estetica, dove – soprattutto per le donne – serve rispondere a canoni ben precisi di bellezza, magrezza, prestanza e cura. Nel pieno mito della diva Hollywoodiana. A Martina piacerebbe avere dei figli, ma con questa intermittenza economica, come fa?
La sua storia, tra le tante, racconta quello che noi – troppo spesso – non immaginiamo. Distratti dal voto al “miglior look” di chi sfila ai red carpet di noti festival e première. Dove tutto sfavilla, anzi acceca. Ma nella realtà, tra un vestito Armani, un Prada e uno Givenchy c’è, però, anche chi sfila con il cartellino ancora attaccato alla camicia appena acquistata da COS, per poterla restituire il giorno dopo. Il resto dell’outfit? Chiesto in prestito agli amici. Totale della spesa: 15 euro.
I numeri del cinema e dell’audiovisivo italiano nel 2025 sorprendono: oltre 1,2 milioni di spettatori in più rispetto all’anno precedente, incassi aumentati di 11,5 milioni di euro. I dati Cinetel, elaborati dal Sole 24 Ore, sono eloquenti rispetto agli anni precedenti. I film italiani sono addirittura quarti nel ranking dopo Stati Uniti, Regno Unito e Giappone. Per un soffio si sono riconfermati secondi nelle preferenze degli spettatori italiani, con 70,95 milioni di euro di incasso, superando del 18 per cento i livelli pre-Covid. A trainare sono stati titoli nazionali, favoriti anche da un’offerta internazionale più debole del previsto. Eppure, se il 2025 è stato un anno favorevole sul piano dei risultati, le frizioni interne al settore restano accese. Al centro delle tensioni il famigerato tax credit, sempre più contestato per un utilizzo ritenuto opaco e oggi oggetto di verifiche anche da parte della magistratura. È noto il caso di Villa Pamphili, dove a Francis Kaufmann – poi coinvolto in una grave vicenda giudiziaria – era stato riconosciuto un contributo vicino al milione di euro per un film mai realizzato.
l contesto più generale lo racconta bene un pezzo di Elisa Giudici qui su Rivista Studio, che evidenzia come il settore cinematografico venga spesso definito “sanguisuga” dello Stato in termini di finanziamenti a fondo perduto, pur essendo in realtà ancora in crescita. Lo dimostra anche il fatto che quasi la metà dei turisti dichiari di aver scelto la meta della propria vacanza italiana in base a ciò che ha visto al cinema o in televisione. È stata la Legge 220 del 2016, firmata da Dario Franceschini, a rivoluzionare il settore: la creazione di un fondo unico – il Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo – con una dotazione minima garantita di 400 milioni di euro annui (+60 per cento rispetto al passato), strumenti automatici di finanziamento e forti incentivi per giovani autori, nuove sale e la salvaguardia di cinema, teatri e librerie storiche. Uno sconto fiscale fino al 40 per cento per produzione, distribuzione ed esercizio. Ma è soprattutto dopo il Covid, quando i film potevamo vederli solo chiusi in casa, che i fondi — anche grazie ai governi Giuseppe Conte (che ricordiamo tutti aver definito, durante la presentazione del Decreto Rilancio il 13 maggio 2020, i lavoratori dello spettacolo «quelli che ci fanno ridere») e Mario Draghi — sono aumentati progressivamente, superando i 600 milioni di euro per sostenere la crisi delle sale. I beneficiari venivano selezionati attraverso un sistema premiale basato su: successo in sala, premi, investimenti privati e nomi noti del panorama cinematografico. Una modalità competitiva ed escludente per chi è meno conosciuto. Inoltre, tra il 2022 e il 2023, su 459 film che hanno usufruito del tax credit: 345 non sono mai arrivati nelle sale. È evidente inoltre che, se una legge restituisce credito d’imposta sulla base delle spese sostenute, un qualsiasi imprenditore è naturalmente incentivato a gonfiarle, quelle spese.
A “tagliare la testa al toro” arriva il governo Meloni. Che con Gennaro Sangiuliano al Ministero della Cultura avvia una revisione del sistema di sostegno al cinema, indagando il finanziamento di film mai arrivati in sala e introducendo criteri più stringenti. Poi Alessandro Giuli, in un contesto di forte pressione di bilancio, con la manovra 2026 introduce riduzioni significative. A fine 2025, tra le molte polemiche, Giuli annuncia il recupero di circa 100 milioni di euro da riallocare nel Fondo cinema. Se da un lato questo ha generato forte scontento soprattutto a sinistra, alimentando l’idea della cultura come ambito meno meritevole di risorse, dall’altro ha però anche interrotto una dinamica che aveva finito per favorire sempre gli stessi volti, identificabili in circa una ventina di attori onnipresenti. Tutti facilmente riconoscibili, tra gli altri, in Follemente di Paolo Genovese.
Ma il rischio è quello che – a finanziare gli stessi attori, le stesse produzioni, gli stessi registi – la narrazione che si crea nell’immaginario sia sempre la stessa: quella di un’Italia idealizzata tra relazioni tossiche, amori impossibili, lieto fine, tra magri e tonici corpi, che si muovono in interni perfetti ricamati da oggetti ricercati, tra pareti grigio blu scuro e calde lampade di design. Come se tutto fosse un unico lungo e infinito film continuo. Ma è davvero così che il cinema ha rinunciato alla sua funzione politica, dimenticando sempre più di scendere tra le persone e nelle strade, per chiudersi e autocelebrarsi nei salottini? È forse anche per questo che pochi resistono e molti scivolano fuori? Sia chiaro, non per mancanza di talento, ma di protezione, visibilità e sostegno economico.
Mattia Carzaniga, giornalista esperto di cinema, cultura e costume, spiega come nel post-Covid ci sia stata una vera ubriacatura produttiva: «Si è creduto di poter fare tutto, produrre tutto, perché il pubblico sarebbe rimasto per sempre davanti alle piattaforme. I grandi player hanno investito moltissimo, salvo poi frenare bruscamente negli ultimi due anni, spostandosi su contenuti più generalisti e meno costosi come reality e sport. Il problema è che non esiste un sistema capace di reggere queste oscillazioni, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove la cultura è sempre stata trattata come qualcosa di statale, quasi parassitario, a cui si dà o si toglie senza una vera idea industriale. Per questo una riforma del tax credit è necessaria: si produce troppo rispetto al pubblico reale». A questo si aggiunge l’assenza di un vero sindacato a tutela di chi resta fuori dai giri, come accade invece in Francia con una reale cassa di disoccupazione. E manca anche la forza di scioperare come negli Stati Uniti, dove sono state bloccate produzioni miliardarie per rivendicare diritti. In Italia, che rispetto ad altri paesi rimane un corpo a sé, esporsi troppo resta un rischio: e se poi nessuno ti chiama più?
Il caso Le città di pianura
Eppure, in mezzo a tutta questa fatica, ogni tanto il miracolo accade. È il caso de Le città di pianura, umanissimo e acclamato recente film che tutti ormai vogliono vedere. A raccontarlo è Adriano Candiago, orgogliosamente di Tiezzo di Azzano Decimo, Friuli Venezia Giulia, anche lui “esportato” a Roma. Oggi vive a San Lorenzo – uno dei quartieri dove si concentra buona parte della comunità cinematografica e teatrale romana meno abbiente – dove un piccolo bilocale può arrivare a costare in affitto anche 1.200 euro al mese, figuriamoci in tempi di Giubileo e di grande rilancio urbano della Capitale Immorale.
Sceneggiatore di professione, la storia di Adriano è fatta di ostinazione: per mantenersi ha fatto il barista, l’assistente regista, lavori sui set a volte non pagati, il lavapiatti in una mensa aziendale. A Oslo. Indebitamenti vari, case prestate da amici. «Chi fa questo mestiere nella fatica si sostiene a vicenda». Dopo vari cortometraggi autoprodotti: l’incontro magico con Francesco Sossai, quindici anni fa. «Due tipi con cui nessuno voleva avere niente a che fare, ma che volevano avere a che fare tra di loro». L’uno studente di regia, l’altro studioso di critica shakespeariana. Da allora iniziano a scrivere ogni santo mercoledì: «Oh, vez, voglio fare ’sto film, lo facciamo?». Strumenti chiesti in prestito, risorse minime, budget zero. Altri Cannibali, la loro prima avventura, nasce così e li porta ai festival.
Adriano pensa che le cose non si facciano con i soldi, ma con le idee. Servono budget giusti, non spropositati. Non l’urgenza, ma “la fame di divorare il mondo”. Le città di pianura nasce in tre anni, dicendo molti no, anche quando costava farlo, continuando però a ripetersi: “Io questo film lo sto facendo, anzi inizio lunedì”. Fino a quando quel lunedì è arrivato per davvero. Partito in sedici sale del Triveneto, incassa 90 mila euro nella prima settimana; poi il successo esplode a livello nazionale: 1,36 milioni di euro e 200 mila spettatori. Un film semplice e commovente, senza volti noti, sull’anima del Nord Est. Dove si fa ancora il puttantour e non c’è mai un orizzonte libero, lo sguardo è sempre bloccato, nelle inquadrature, sospese tra città e paesi, per evitare quell’estetica da overtourism che poi, metti mai che arrivano i turisti in massa per visitare un parcheggio sulla statale.
Ciao Bambino e la solitudine delle opere prime
La storia a Nord Est di Adriano Candiago e Francesco Sossai non è, però, molto diversa da quella di Edgardo Pistone a sud. 35 anni, appena compiuti, abita in una micro stanza al rione Traiano a Napoli, dove è nato. Una monocamera ereditata dalle tombole notturne della madre, sulle quali lei guadagnava una percentuale sul piatto di vincita. Poi diventata sede di alcuni disoccupati dei movimenti di lotta, ora ci abita lui. Non c’è la cucina. Un piccolo bagno, un letto e una scrivania.Ciao Bambino e la solitudine delle opere prime
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