Condominio città per un TedX, a Putignano

Condominio città:
Un laboratorio dell’errore per inventare l’abitare

Ho partecipato al mio primo TedX il 17 maggio 2025 a Putignano. E’ stata un’esperienza molto intensa sia per l’impegno e la concentrazione richiesti, che per l’umanità ritrovata in termini di gruppo organizzativo e qualità umana degli altri speaker con i quali si è costruito un rapporto molto profondo e umano in pochissimo tempo.
Un momento davvero intenso di riflessione intorno al concetto dell'”Abitare” da più punti di vista. Il mio quello più da urbanista e osservatrice delle città. Di seguito il testo integrale da cui è nato lo speach. Sul palco ho provato a portare l’idea di costruire dei laboratori dell’errore per poter sopperire al narcisismo delle città che fingono di essere grandiose per mascherare le proprie fragilità.

Il condominio città
In un’epoca sempre più individualista, siamo unicità (come inquilini) che si incontrano e si scontrano nell’abitare questo grande condominio chiamato città.
Il condominio città è molto stratificato:

ci sono i “poverissimi”, che vivono un grave disagio abitativo e la loro casa è la strada; i “poveri”, che lottano per arrivare a fine mese abitando nelle case popolari; poi ci sono i “city workers”, che animano i centri urbani guidando gli autobus, servendo i caffè, lavorando a partita IVA negli studi professionali, curando le persone negli ospedali o facendo le pulizie nelle nostre case. Abitando, magari in condivisione fuori città perché, la città, non se la possono permettere.

C’è la “classe media”, che, pur schiacciata dall’aumento del costo della vita, può contare su una casa di proprietà, grazie – magari – ai risparmi accumulati dai genitori, o dai nonni;

e poi ci sono i “ricchi” e i “ricchissimi”, che possono permettersi case e vite di lusso, spesso occupando anche ruoli importanti e spazi di potere.

Dati
In Italia, dopo il Covid, che abbiamo già dimenticato, e la crisi economica conseguente amplificata da guerre e conflitti internazionali – la povertà assoluta ha superato i 5 milioni di persone, e la dispersione scolastica ha raggiunto percentuali preoccupanti, specialmente nelle periferie. Nello stesso tempo il 10% più ricco del paese detiene oltre il 60% della ricchezza nazionale.

Negli ultimi due anni, il costo della vita in Italia ha registrato un incremento del 3,3%, principalmente a causa dell’aumento dei prezzi di beni essenziali come energia, alimentari e trasporti.

Gentrificazione e casa come prodotto finanziario 

Nello stesso tempo, le città, sono sempre più dominate da processi come la gentrificazione, la turistificazione, la finanziarizzazione della casa, e dalla conseguente emergenza abitativa” parole ormai sempre più di uso comune..

La crescita incontrollata del costo dell’abitare, a fronte di salari sempre uguali e la polarizzazione sociale non sono fenomeni esclusivi di Milano dove, come dice l’Osservatorio Casa Abbordabile, un impiegato se volesse comprarsi casa, con il suo stipendio non potrebbe permettersi altro che 25 mq, per vivere.

Tali fenomeni li ritroviamo a Bologna, Roma, Napoli, Firenze, così come a Berlino, Lisbona, Parigi e New York

Nello stesso tempo, sono i piccoli centri, però, a spopolarsi progressivamente.

Quando le città diventano più attrattive grazie a eventi come Expo a Milano, il Giubileo a Roma, le Olimipiadi a Cortina, aumenta il potenziale valore di quelle città grazie a interventi straordinari che ne migliorano le infrastrutture, e così se le città diventano più attrattive, aumenta anche la domanda a fronte di un’offerta non adeguata di alloggi.
La casa, così,  diventa un prodotto finanziario.
Il prezzo al metro quadrato sale ovunque, anche nelle periferie, stravolgendo la natura popolare di interi quartieri, che iniziano ad attrarre popolazioni più benestanti.
È così che avviene la gentrificazione.

Le abitazioni, dunque, non sono più soltanto luoghi da vivere: diventano prodotti da valorizzare, strumenti di accumulo per pochi e di esclusione per molti.

Ma “l’abitare” dovrebbe andare ben oltre il possesso, la proprietà o l’investimento: dovrebbe incarnare comunità, identità, dignità, cooperazione, rispetto per il territorio, diventando incentivo per la vita tra le case, tra le persone. Coltivando il diritto alla collettività e alla libera partecipazione, senza retoriche. 

Dibattito, Piani casa e intelligenza artificiale

Il dibattito sulla casa, oggi, come quello avvenuto un tempo per le periferie ormai di nuovo dimenticate, è diventato quasi ossessivo: se ne parla ai convegni, nei salotti, nei dibattiti elettorali, ne parlano i media. Eppure, a livello politico, sembra essere un dibattito mancato in termini di soluzioni e visione possibile.

Oggi, in tempi di intelligenza artificiale, si evocano spesso soluzioni come il recupero del vecchio Piano Casa Fanfani risalente al 1949, epoca molto lontana dalle trasformazioni del vivere urbano di oggi. 

Un tempo i lavoratori delle città industriali avevano molta più voce di oggi e un rapporto, anche conflittuale, tra governi, classi intermedie e borghesia illuminata. Si immaginavano risposte concrete ai bisogni reali. 

Oggi sulle ceneri delle fabbriche di quelle città industriali, sorgono invece complessi abitativi per classi più agiate.

Certo, c’è stata l’occasione del PNRR, che ha stanziato 2,7 miliardi di euro per la rigenerazione urbana dei quartieri e con attenzione alle periferie. Tuttavia, molti comuni si trovano impreparati a gestire tali risorse in modo efficace, e con un tempo limitato a disposizione, si sono valorizzati talvolta progetti messi nel cassetto, pensati per bisogni ormai scaduti o evoluti o pensati ex novo in corsa. Senza una visione.

Narcisismo delle città

In questo contesto, il rischio, inoltre, è che la grandiosità delle città più attrattive, venga narcisisticamente alimentata senza fare i conti con le ferite, le fragilità e le fatiche che attraversano questo tempo. 

Se va di moda il co housing, tutti parlano di co-housing, se gli studenti si accampano nelle tende a protesta, tutti pensano che servano solo gli studentati, ma con il rischio di non avere contezza di quella esatta domanda, di quell’urgenza.

Le città non vanno pensate a slogan. Dipingendole con l’oro, alimentando il turismo con eventi e week, migliorando le zone periferiche pensando di trasformarle come se fossero quartieri benestanti alzandone il valore e comprimendo ancora di più chi già fatica ad abitarle.

Svuotandole di anima come accade per i centri urbani. 

Il laboratorio dell’ errore

La verità è che le città pensano ai fallimenti come a dei rimossi. 

Ma non si dovrebbe temere di mostrare la propria debolezza, e forse è proprio da quei fallimenti che oggi servirebbe ripartire. 

Servirebbe costruire dei “Laboratori dell’Errore” in ogni città: luoghi in cui non si nasconda quel che è andato storto ma pubblicamente lo si guardi, lo si compari caso per caso e lo si analizzi con visione e coraggio.

Spazi liberi e permanenti di discussione, dove abilitare percorsi di autocritica e analisi dei processi realizzati, aggregando dati prodotti dalle ricerche di meritevoli università italiane, centri culturali e Istituti di ricerca. Mettendoli a confronto. 

In modo che soggetti differenti possano osservarli e discuterne incentivando forme di dibattito concreto tra amministratori, costruttori, realtà cooperative, intellettuali, studenti, attivisti, portinai, adolescenti abitanti di diversa età e provenienza culturale sociale e geografica.

Per fare questo servono spazi liberi di confronto, discussione e sano conflitto, che animino qualcosa di diverso dai classici processi partecipativi calati dall’alto e limitati alla discussione di idee progettuali già definite, dove le diversità possano riflettere sulla visione della città. 

Con l’intento di affiancare, ognuno nel proprio campo e con le proprie competenze, le amministrazioni comunali spesso sole, povere e facilmente controllabili dai mercati privati.

Dove a quel punto gli slogan possano diventare progetti concreti di risposta politica alla domanda di affitti calmierati, di diritto all’abitare e ai suoi servizi in relazione al lavoro. Dove costruire insieme politiche pubbliche che guidino i privati anche a restituire, in termini di valore sociale, parte del profitto che questi traggono dai loro investimementi in città. 

Dando ancora più valore alle cooperative e a quelle realtà immobiliari più “sociali” per poter guidare processi consapevoli e umani.

Ma questo è possibile se ognuno si prende le proprie responsabilità senza proiettarle sugli altri.

Territori e valore

E’ altrettanto importante valorizzare e affiancare in modo maieutico tutte quelle piccole realtà territoriali che animano le periferie e che di fatto sono i corpi intermedi di oggi. Realtà semplici che tanto si impegnano dal basso – a produrre cultura, socialità, welfare alternativo. Serve aiutarle a non essere schiacciate dalla grandiosità delle città, o smarrite nei meandri dei bandi da affrontare, con regole, sempre più stringenti. A non essere oggetto pubblicitario delle agenzie immobiliari.

E’ importante permettere loro di continuare a costruire dimensioni di prossimità, oltre la retorica della città a 15 minuti di cui tanto si parla, facendo in modo che si possano trovare spazi accessibili economicamente anche al piede di edifici di nuova costruzione, come fa il mondo cooperativo di cui faccio parte. 

Sono queste realtà, in fondo, a conoscere per davvero i bisogni dei quartieri, e dovrebbero essere il vero oro con cui provare a guarire parte di quelle ferite sociali dei contesti abitativi, nuovi o vecchi che siano. 

Errore come invenzione

I laboratori dell’errore, nelle città, dovrebbero servire per inventare, non per sentirsi in colpa. Per migliorare, non per diventare spazi di giudizio o creare conflitto fine a se stesso.

Luoghi in cui richiamare a responsabilità la politica, capire come semplificare burocrazie, riprodurre processi giusti ed eliminare processi deboli. 

Esercitando empatia.

Lo diceva Walt Whitman: “Per curare il ferito, devi diventare tu stesso quel ferito”. Abitare, in fondo, non significa solo avere un tetto sopra la testa, ma significa anche sentirsi parte di un luogo, essere riconosciuti e contribuire attivamente ad una comunità inventando, se si può, spazi giusti per chi ancora non abita questo condominio città.

E per farlo dovremmo tutti mettere un po’ in discussione la nostra professione e la nostra professionalità, chiedendoci se quello che pensiamo noi, sia giusto per qualcuno che la parola non la può avere mai, perché dimenticato, nascosto, non visto. Chiedendoci se non sia il caso di iniziare ad ascoltare quelle voci, portandole ai tavoli che contano.

Aprire gli occhi a quello che non vediamo, non conosciamo, in fondo, potrebbe portarci a qualcosa di sorprendente.

Un Commento

  1. Avatar di Giulia Frare
    Giulia Frare

    D’accordo sulla analisi e sulle proposte. Il problema è che manca la politica e quindi la capacità di governare questi processi di trasformazione rispettando le regole e non soggiacendo agli interessi dei privati

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